Ricominciare dalle piccole cose.

Sto vivendo una fase di scollamento dal passato, ma ancora non sono in grado di definire esattamente il mio futuro.

Vorrei ricominciare dalle piccole cose, dal costruire le routine. Un tempo consideravo questa parola negativa, poi ho cambiato idea studiando i libri per diventare educatrice della prima infanzia. Le routine di cura sono un momento fondamentale per la crescita del bambino, in cui vengono accolte le sue esigenze, rinsaldate le sue sicurezze e attraverso le quali apprende dagli adulti come comportarsi.

Forse mi sento ancora un po’ bambina e penso sarà sempre così, ma ho bisogno di quella routine che non ho mai avuto, se non per brevi periodi. La parte difficile è che devo essere io l’adulta che rieduca se stessa, scindere la parte disorientata di me da quella con le idee chiare e far funzionare questo ménage.

Faranno parte della routine tutte le cose che mi fanno stare bene, dalla colazione preparata con cura, allo sport, all’avere sempre  a portata di mano una macchina fotografica per riuscire a fermare quella fotografia che avevo già visto nella mia mente, all’usare uno di quei quaderni rilegati che stanno nel cassetto per scriverci quello che mi va, combattendo la sensazione che non sia ora il momento, che ora non vada bene.

Negarsi questi piccoli riti significa, poco per volta, erodere la sensazione di valore che ci si assegna e dimenticare come si fa a “prendersi cura di”.

Insomma, stamattina mi sono preparata la colazione con cura, ma il telefono cellulare è semi-defunto e si accende solo quando gli pare, e le due macchine fotografiche hanno la batteria completamente scarica, quindi non ho potuto documentare il meraviglioso mini pancake di farro integrale con miele e noci e il frullato verde supervitaminico.

Da qui vedo anche un panorama meraviglioso che mi ricorda uno dei miei quadri preferiti, Der Wanderer über dem Nebelmeer di Caspar Friedrich: la nebbia inghiotte la parte bassa della città e spuntano solo le cime dei palazzi più alti, ma – mannaggia a me – neanche questo posso immortalare stamattina.

Ricomincio dalle piccole cose, perché non voglio rischiare di perdermi quelle grandi.

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Tanto non mi so godere la vita.

Sono una rosicona.

Guardo gli universitari e penso che non ho nostalgia della loro età, ma di quella attitudine che non ho mai avuto, visto che alla loro età (durante l’università) convivevo e mi scontravo con il ruolo di donna in casa, frequentavo corsi finanziati FSE di mesi e ho sempre lavorato part-time.

D’altronde per giustificare la trasferta di oggi da lavoratrice, e di nuovo studentessa, ho incastrato 5 appuntamenti in fila, è chiaro che il gene “fai una cosa per volta e falla con calma” non si è mai sviluppato (l’obiettivo era 8 appuntamenti, ma nessuno è perfetto).

PS Sospiro rassegnata, tanto non sono capace di godermi la vita.

Orizzonti

Ho fatto una rapida tappa al supermercato a comprare i biscotti e il tè verde e davanti all’ingresso c’era un ragazzo africano. L’ho ignorato, anche se mi dispiaceva. Nell’uscire c’era un uomo davanti a me che ha risposto al richiamo del ragazzo “Che cazzo vuoi? Hai fame? Anch’io ho fame” al che mi sono fermata perché se avesse esagerato mi sarei intromessa, ma poi ho visto che è andato via. Alla fine ho fermato l’auto e ho dato a quel ragazzo un po’ dei biscotti secchi che avevo comprato (quelli più scrausi, 97 cent la confezione)… aveva proprio fame. E così mi sono resa conto che cerco un senso “superiore” della vita senza rendermi pienamente conto che, per molti, il senso della vita è sopravvivere.

“Ogni azione costrittiva genera ribellione” dice Dewey

“Ogni azione costrittiva interna genera ribellione. È chiaro quindi che la convivenza sociale non si attua mercé le leggi e le pene.
Occorre la formazione di attitudini e abitudini di socievolezza. Questo fa l’educazione.
Ciò facendo, essa forma in una certa direzione il carattere dell’individuo, e perciò soddisfa l’esigenza individuale ma al tempo stesso soddisfa l’esigenza sociale in quanto sviluppa tale carattere nell’individuo creando attorno a lui un ambiente col quale può fondersi e collaborare.
Di qui la necessità che la scuola si atteggi come comunità sociale per dar vita a individui capaci di fondare retti rapporti umani e desiderosi di fondarli.”
“Le leggi sono repressive, le agitazioni sociali sono eversive; un collegamento tra ordine e mutamento, tra conservazione e rivoluzione, cioè un cambiamento ordinato, si ha mediante l’educazione.”

Era un tipo ambizioso e anche un po’ romantico, il Dewey.

Essere avanti. Dewey e lo sviluppo industriale.

“Il Dewey si accorgerà presto che la produzione industriale è condizione necessaria ma non sufficiente di una società democratica.

L’industria monopolizzata da pochi o dallo stato (come capitalismo o collettivismo burocratico) genera una società in cui la direzione sociale non è affidata alla partecipazione di tutti, e in cui quindi si tende a dare ai lavoratori un’istruzione tecnica, angustamente utilitaria.

Poiché si esige un’intensificazione degli sforzi produttivi, occorre tener conto degli individui, istruirli, guardare anche alle loro capacità.

Ma tale considerazione psicologica degli individui, avulsa da una finalità democratica (o etica o universale, propriamente), si può manifestare in un gruppo dominante per manipolare meglio i governati, come avviene negli stati o nelle associazioni totalitarie.

Si ha qui il caso di un connubio tra l’elemento psicologico e quello sociale, ma non in vista dell’individuo e del suo sviluppo e neppure in vista dello sviluppo della società; ma in vista della conservazione di una data società industriale.

È necessario quindi tener conto dei poteri degli individui per poterli sviluppare alla loro pienezza, e tale sviluppo pieno implica un riferimento sociale, un riferimento, cioè, a una società libera e universale nei suoi scopi, un riferimento a una società da attuarsi e non già a una società attuale.

Lo scopo sociale dell’educazione deve pertanto coincidere con quello dello sviluppo pieno e della collaborazione intima di tutti gli individui, e non già coll’inserzione di questi in un ordine esistente.”

Un riflessione sull’educazione, nel 1930 circa. Ottant’anni portati bene?