Raccolgo le parole chiave

Precisa, tenace, inquieta.

Profonda, cristallina, fiume in piena.

Vivace, esplosiva, avventuriera.

Creativa, testarda, amorevole.

Adesso: pallina da tennis che rimbalza in una stanza chiusa. In generale: corretta, determinata, disponibile.

Elucubrante, irrisolta, giocosa, empatica.

Ispiri solidità e fiducia, chiara e schietta con le persone, versatile. PS Hai le spalle chiuse, apriti al mondo.

Curiosa, dinamica, sperimentatrice.

Arguta, simpatica, irrefrenabile.

Curiosa, disordinata, generosa.

Attiva, curiosa, equilibrata.

Avevo scritto nell’ultimo post (in cui il vero protagonista era il mio nuovo amico pallido) che stavo portando avanti una piccola indagine, un esercizio previsto da un percorso sul personal branding.

L’idea è di farsi raccontare in poche parole, dalle persone che ritengo mi conoscano meglio, chi sono.

Certo, trattandosi di amici, non mi hanno consegnato una visione trasversale e avrei tanto voluto chiederlo anche a qualcuno che non ha alcuna intenzione di essere mio amico, così da avere delle caratteristiche negative. In generale, però, emergono alcuni spunti di riflessione per me: pare io sia una persona molto aperta nei confronti del mondo e delle persone, che ama rapportarsi in modo limpido e sincero e ancora non ha trovato ciò che cerca (sì curiosa, ma anche inquieta irrequieta irrisolta).

Alcuni azzardano un prima e un dopo, come mi vedono ora e come mi vedono in generale, pare sia chiaro ad alcuni che sono in un periodo di agitazione particolarmente accentuata, altri invece non l’hanno notato per niente. Dice bene anche chi dice “disordinata”: lo sono, fisicamente e mentalmente e anche un fiume in piena lo è, ti travolge e porta con sé di tutto, rami secchi, borsine di plastica abbandonate, non fa caso a tutto ciò che sposta.

Perché mi serve questo esercizio? Il motivo è semplice e complesso allo stesso tempo: mi sto chiedendo se lo stile di vita che conduco, anche professionalmente, è la proiezione di chi sono oppure se è il condizionamento di ciò che comunemente è ritenuto il modo di vivere più appropriato secondo un insieme di aspettative generalizzate, buonsenso, tendenze del mercato del lavoro, etc. Ha ragione anche chi ha detto che sono “elucubrante”, non per nulla questo blog si chiama “ars lucubrationis”.

Questa domanda assume particolare importanza in questo momento perché devo (sì, ho scelto la parola “devo” perché è un obbligo propedeutico a un “voglio” che ho chiaro in mente e che verrebbe subito dopo) prendere delle decisioni e impostare una definizione professionale di chi io sia nel web e nel mondo del lavoro, in modo più consapevole e strutturato di quanto non abbia fatto finora. Aprire un mio sito personale, per esempio. E, come avviene quando parlo con un cliente, il primo aspetto da chiarire per poter definire una strategia è capire chi sono e quali sono i miei obiettivi. Senza quello, è assolutamente impossibile definire una strategia, figuriamoci poi una strategia efficace ed efficiente.

Mi ha colpito, a questo proposito, una frase letta sul blog di Alessandra Farabegoli che riporto qui:

Personal branding, networking, PR, tutta la comunicazione, funzionano tanto meglio quanto meno ti concentri su di loro, ma mantieni il fuoco sulle tue intenzioni, lasciando che il resto si allinei in una sequenza naturale, come le vertebre della schiena quando ti allunghi in un asana, cercando il ritmo giusto, ascoltando il tuo respiro interiore. Devi imparare i passi della danza, ma poi, quando balli, balla sulla musica, senza contare i passi: è l’unico modo per divertirti davvero.

Questa affermazione da parte di una personalità di rilievo del mondo del web italiano, punto di riferimento per chi, come me, ambisce un giorno a lavorare come libera professionista (specifico: non costretta ad aprire partita IVA perché nessuna agenzia assume, bensì che sceglie la modalità di lavoro più in linea con le proprie competenze e convinzioni), mi rincuora e mi rasserena da un lato perché capisco che non è solo questione di avere una testa “carroarmato” che scansiona analizza e schiaccia qualsiasi elemento di valutazione diverso dalla razionalità, è necessario ascoltarsi intimamente ed è naturale cogliere nutrimento dalle passioni, e dall’altro mi fa comprendere che è davvero importante che io mi metta in discussione ora. Può sembrare ridicolo a qualcuno che io lo faccia a questa età, forse anche a me (ho superato da poco i trenta, nella idealizzazione di me stessa a questa età dovrei avere le idee molto più chiare!) ma ritengo sia onesto nei miei confronti correre il rischio di scoprire che ci sono delle discordanze tra chi sono intimamente e lo stile di vita che conduco e capire se ciò è frutto di una scelta precisa o della noncuranza di un vivere che ti trascina tuo malgrado.

Da queste righe mi accorgo che una grande confusione alberga nella testa a proposito di “essere” e “fare”. Io sono quello che faccio? La mia definizione professionale corrisponde a quella personale? Quali aspetti della mia essenza personale sono particolarmente di valore per la mia identità professionale e meritano di essere promossi nella comunicazione?

Posso essere una Project Manager precisa se nella vita privata sono disordinata? Posso aiutare gli altri a definire i propri punti di forza e le strategie per il futuro se ho perso il fuoco sui miei? Le caratteristiche che gli amici amano di me sono quelle che posso mettere a disposizione degli altri nel lavoro che svolgo attualmente o ci sono professioni che potrei valutare per sfruttarle meglio? Se sì quali? Mi piacerebbe farle? Quali sono le possibilità oggettive di svolgerle?

Qualche anno fa ho pensato che in futuro mi sarebbe piaciuto mettermi a disposizione, anche professionalmente, per aiutare le persone a sviluppare le proprie potenzialità, recuperare i disagi dovuti a situazioni negative passate e reinserirsi nel contesto sociale dopo aver compreso l’ambito nel quale dare il meglio di sé, il che suppone anche la conoscenza delle risorse disponibili a livello locale e la capacità di mettere in comunicazione tra loro realtà anche molto diverse. Ho preso una seconda laurea come Educatrice Sociale e di Comunità, che ho lasciato nel cassetto e mai utilizzato perché non sapevo bene da che parte cominciare, non sapevo come integrarla al meglio con il resto delle mie competenze, per trasformare questa contaminazione di mondi in un lavoro, grazie al quale vivere dignitosamente anche dal punto di vista della stabilità economica. In questo caso, mi sono lasciata condizionare dal fatto che è molto più semplice “vendere” le competenze nell’ambito della comunicazione digitale maturate in vari anni di esperienza, rispetto a reinventarsi da zero in un campo che si conosce davvero poco, e trovare un equilibrio tra attività completamente diverse gestite in contemporanea genera un elevato rischio di insuccesso. Ovviamente, l’elemento che fa la differenza alla base è l’esistenza di una stabilità economica che consenta di assorbire il rischio, senza rischiare tutto (non è il mio caso).

Questo desiderio di fare da ponte tra esigenze diverse e di valorizzare ciò che esiste ma spesso è nascosto rende per me particolarmente affascinante anche la possibilità di mettersi a disposizione dell’Italia come Paese nei confronti del resto del mondo. Ho sempre amato parlare altre lingue oltre all’italiano, adoro esprimermi in inglese e in tedesco e mastico senza eccessiva difficoltà anche il francese e lo spagnolo, seppure non le abbia approfondite a sufficienza dal punto di vista grammaticale. Nella mia regione, la Lombardia, ci sono posti meravigliosi e tanti artigiani che sanno eccellere in qualcosa, ma spesso non hanno gli strumenti per rendersi visibili agli occhi di una cerchia più ampia rispetto a quella strettamente locale. Ecco: l’idea di connettere i “piccoli dell’eccellenza” e le gemme nascoste della mia terra con gli esploratori e i curiosi di altri paesi mi affascina enormemente. Ho affiancato delle amiche nel lancio di una start-up che aveva esattamente questa mission, progetto impantanatosi nel momento in cui il business plan, con implacabile onestà, ha rivelato i tempi e gli obiettivi di fatturato da raggiungere per ottenere uno stipendio appena sufficiente per campare.

Insomma, sul fatto che sia curiosa e aperta alla sperimentazione non ci sono dubbi, ora però devo attivare quella capacità di analisi che mi consenta di capire esattamente quali sogni congelare e quali perseguire da ora, senza cadere nel tranello di volerli realizzare tutti e nemmeno in quello che nessuno di loro è realizzabile. Come leggo in un articolo pubblicato da Harvard Business Review, la decisione non sarà facile:

The essence of strategy is choosing what not to do.

Productivity is about getting things done. Strategic thinking is about getting the right things done well. The corollary of that truth is that strategy requires leaving some things undone, which stirs up a potent cocktail of unpleasant emotions. When you leave projects undone or only half-completed, you must sacrifice that feeling of confidence and control that comes from pursuing a concrete goal.

Nothing is more difficult, and therefore more precious, than to be able to decide.

In bocca al lupo a me.

PS Checché ne dicano loro, io amo rispondere “Viva il lupo!” in onore dell’ex-mio pastore tedesco nero che sembra uscito dalla favola di Cappuccetto Rosso. Ex-mio perché lei c’è ancora e sta bene, solo che non vive più con me.

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